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March 15
Salvador Dalí y Domènech, nasce a Figueres in Catalogna l'11 maggio 1904; figlio di un notaio trascorre l'infanzia tra Figueres e Cadaqués ed il paesaggio dell'Ampurdán si imprime nella memoria del futuro pittore diventando di fondamentale importanza per la sua evoluzione artistica e personale. Dopo la scuola elementare, frequenta le superiori presso il collegio degli Hermanos Maristas e nell'Istituto di Figueres dove segue anche le lezioni del professore Juan Nuñez alla Scuola Comunale di Disegno. Nel 1919 Dalì partecipa, per la prima volta, ad una mostra collettiva allestita presso la Sociedad de Conciertos di Figueres e fonda, con un gruppo di compagni di scuola, la rivista "Studium", su cui pubblica alcuni articoli su pittori classici, su Goya, El Greco ed altri grandi. Dopo la morte della madre si trasferisce a Madrid alla Residencia de Estudiantes e frequenta la Scuola Speciale di Pittura, Scultura e Incisione (Accademia di San Fernando). Dopo le prime esperienze artistiche percorse nell'area del Novecentismo, dell'impressionismo e del futurismo, comincia a dipingere tele cubiste. Nel 1925 fa la sua prima mostra personale a Barcellona raccogliendo un grande successo di critica, ma viene espulso dalla Scuola Speciale per aver dichiarato incompetente la commissione esaminatrice. Nei cinque anni successivi frequenta intensamente artisti e musei, passando attraverso tutte le forme pittoriche e assimilando da ognuna qualcosa.
La persistenza della memoria 1931
E' uno dei quadri più famosi di Salvador Dalì, nel quale l’invenzione degli «orologi molli» diventa una chiave della sua pittura. Il tempo meccanico, misurabile con gli orologi, è messo in crisi dalla memoria umana, che del tempo ha una percezione ben diversa. Il tempo scorre secondo metri assolutamente personali, veloce quando si è felici, lento e pesante nella tristezza.
Salvador Dalì ed il Surrealismo
Il Surrealismo, movimento artistico d'avanguardia fondato da André Breton in Francia nel periodo fra le due guerre, mirava a superare l'osservazione e la riproduzione realistica degli oggetti. Gli aspetti fondamentali del movimento erano la rivalutazione delle percezioni dell'inconscio, rifiutando la logica e la civiltà a favore di una totale libertà di espressione.A Parigi Salvador Dalí frequentò Picasso, Miró, Breton ed Éluard e, attratto dalle loro opere, aderì al surrealismo, di cui fornì un'interpretazione estremamente personale. La pittura surrealista di Dalí è una pittura illusionistica, fondata su un'intensa concentrazione di immagini legate ad ossessioni di castrazione, putrefazione, onanismo, coprofilìa ed impotenza. Nel 1934, sconfessato da Breton, abbandonò il gruppo surrealista di Parigi, distaccandosene completamente nel 1939 trasferendosi negli Stati Uniti.
"Surrealismo........surrealismo, quando sono arrivato a New York mi hanno chiesto una definizione di surrealismo. Ho risposto :il surrealismo sono io." Salvador Dalì dipingendo le sue opere allucinate, fa emergere il suo inconscio, secondo quel principio dell’automatismo psichico teorizzato da Breton al quale diede anche un nome preciso: metodo paranoico-critico.
Salvador Dalì e le Immagini doppie
Utilizzando immagini diverse secondo il metodo paranoico-critico, Salvador Dalì realizza quadri di notevole complessità, contenenti immagini doppie, in cui gli elementi appartengono a più figure realizzate in scale diverse. La ricerca delle molteplici composizioni diviene quasi un gioco di abilità, in risposta al virtuosismo del pittore. Nel quadro intitolato "Apparizione di un volto e di una fruttiera su una spiaggia" del 1938 sono quattro le composizioni presenti e intrecciate: un cane, un volto, una natura morta rappresentata da una fruttiera su un tavolo ed infine un paesaggio nel quale sono ancora riconoscibili altre storie..
Salvador Dalì e la Paranoia
La paranoia, secondo Dalì è: «una malattia mentale cronica, la cui sintomatologia più caratteristica consiste nelle delusioni sistematiche, con o senza allucinazioni dei sensi. Le delusioni possono prendere la forma di mania di grandezza, di persecuzione, o di ambizione». Perciò le immagini che l’artista cerca di fissare sulla tela nascono dal caos del suo inconscio (la paranoia) e prendono forma solo grazie alla razionalizzazione del delirio (momento critico).Da questo suo metodo nacquero immagini di straordinaria fantasia, tese a stupire e meravigliare per la grande artificiosità della loro concezione e realizzazione. I quadri di Salvador Dalí contengono il nitore del disegno ed i cromatismi propri della pittura del Rinascimento italiano, trascurando, di questo, misura ed equilibrio formale e lasciando prevalere meccanismi complessi e prospettive illusionistiche, che richiamano inevitabilmente l'esuberanza del barocco spagnolo.
Salvador Dalì e Gala la sua Musa
Nell’estate del 1929 Magritte, Buñuel, Paul Eluard e la moglie Elena Devulina Diakanoff, chiamata Gala, andarono a trovare il pittore in Spagna. In questa occasione Dalì e Gala si conobbero e si innamorarono. Al fine della vacanza Gala decise di rimanere accanto al suo nuovo amante, iniziando un sodalizio umano, economico, sentimentale ed erotico, trasgressivo e altalenante, pieno di passione e complicità, che dominò l’opera di Salvador Dalì oltre che la sua vita e che si è concluso solo con la morte di lei nel nel 1982. I due si sposano nel 1958, con una cerimonia cattolica e per tutta la vita Salvador Dalì ritrae Gala in moltissime tele, ora dea, ora vita, ora forza della natura, in ogni caso motore principale della creatività dell'artista.
Sogno causato dal volo di un'ape
L’ispirazione di questo quadro venne a Dalì dalla puntura di un’ape mentre stava dormendo. L’immagine è una simultanea rappresentazione di sensazioni prima e dopo la puntura.L’istante della puntura è raffigurato dalla punta della baionetta che sta per trafiggere il braccia della donna nuda;l’istante del dolore è rappresentato dalle tigri che escono dalla bocca di un pesce che a sua volta esce da una melograna. L’elefante, con l’obelisco sulla groppa, con le gambe lunghe da insetto, riesce, come un insetto a camminare sul pelo dell’acqua in un'allucinazione che ritornerà spesso in altri quadri di Dalì.1974 Salvador Dalí inaugura il Teatro-Museo Dalí di Figueres, che ospita gran parte della sua produzione e opere di alcuni dei suoi pittori preferiti: Meissonier, Bouguerau, Fuchs, El Greco, Fortuny, Urgell, Antoni Pichot. La collezione sottolinea che la matematica, la scienza, la storia e gli effetti ottici e visivi, continuano ad essere al centro del suo interesse e che la maggior parte delle sue opere comprendono o si basano su questi aspetti.
Nei lunghi anni del suo cammino nell'arte, Salvador Dalì ha continuato ad alimentare la sua fama di artista eccentrico, originale ed a volte delirante, fino a diventare prigioniero del suo stesso personaggio: sempre più scostante, altezzoso ed imprevedibile. Negli anni '50 Salvador Dalì, alla riscoperta del Rinascimento Italiano ed in risposta ad un personale bisogno di misticismo religioso, stempera il suo ossessivo surrealismo creando immagini che, pur spettacolari nella genialità dell'invenzione spaziale, sono più sobrie ed equilibrate. E' del 1951 una delle tele più famose del suo periodo religioso, Cristo di San Giovanni della Croce, dove l’effetto spettacolare è dato dalla insolita prospettiva in cui mette il crocefisso, come visto dagli occhi di Dio, dall’alto verso il basso.Questa prospettiva, cambia direzione nella parte inferiore della tela, per dar luogo ad una veduta paesaggistica occupata da un lago con una barca e dei pescatori. La composizione, ripartita su due livelli sovrapposti, (il piano nero dal quale emerge la croce in prospettiva e il piano del paesaggio) che rappresentano ovviamente lo spazio celeste e quello terreno, in una erudita citazione di artisti rinascimentali quali Pietro Perugino o Raffaello. Dalí si è spento a Figueras il 23 gennaio 1989
http://www.salvadordali.it/intro.html Sito n cui è organizzata cronologicamente l'intera opera pittorica del grande SALVADOR DALI' January 15
William Shakespeare
LA TEMPESTA
Rembrandt van Rijn
Tempesta sul mare di Galilea
PERSONAGGI
ALONSO, re di Napoli
SEBASTIANO, suo fratello
PROSPERO, legittimo duca di Milano
ANTONIO, suo fratello, l'usurpatore
FERDINANDO, figlio del re di Napoli
GONZALO, vecchio e onesto consigliere
FRANCESCO, ADRIANO: nobili
CALIBANO, selvaggio e deforme schiavo
TRINCULO, buffone
STEFANO, dispensiere ubriacone
Capitano di una nave
Nostromo
Marinai
MIRANDA, figlia di Prospero
ARIELE, spirito aereo
Altri spiriti al servizio di Prospero
Scena: A bordo di una nave; poi su un'isola disabitata.
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA - A bordo di una nave. Fragore di tempesta, tuoni e lampi
(Entrano un Capitano e un Nostromo)
CAPITANO: Nostromo!
NOSTROMO: Eccomi, capitano. Che c'è?
CAPITANO: Da bravo: incoraggiate la gente. Dacci sotto, alla svelta, se no andiamo in secco. Lesti, lesti.
(Esce. Entrano Marinai)
NOSTROMO: Su, ragazzi, animo! Animo, ragazzi! Svelti, svelti. Ammaina la gabbia. State attenti al fischio del capitano. Soffia finché ti scoppino i polmoni, purché ci lasci un po' di spazio libero.
(Entrano ALONSO, SEBASTIANO, ANTONIO, FERDINANDO, GONZALO ed altri)
ALONSO: Buon nostromo, usate ogni attenzione. Dov'è il capitano?
Chiamate a raccolta tutti gli uomini.
NOSTROMO: Ora, per piacere, statevene giù.
ANTONIO: Dove è il capitano, nostromo?
NOSTROMO: Non lo sentite? Ci siete d'impiccio nelle manovre. Statevene nelle vostre cabine: non fate che aiutar la tempesta.
GONZALO: Via, amico, siate calmo.
NOSTROMO: Quando sarà calmo il mare. Via di ~i! Che importa a queste onde ruggenti I nome di re? Giù in cabina! Silenzio! on ci date noia.
GONZALO: Va bene, ma ricordati chi hai a bordo.
NOSTROMO: Nessuno che io ami più di me stesso. Voi siete un consigliere; se potete imporre il silenzio a questi elementi e ottenere che si plachino sull'istante, non prenderemo più in mano una corda. Fate uso della vostra autorità. Se non potete, ringraziate Iddio di aver vissuto così a lungo e tenetevi pronto nella vostra cabina per l'imminente disastro se ha da avvenire. Animo, bravi ragazzi! E voi levatevi di mezzo, ripeto.
(Esce)
GONZALO: Quest'uomo mi ispira una gran fiducia. Mi pare che egli non abbia alcuno dei segni di chi è destinato a naufragare: il suo è un perfetto muso da forca. O benigno Fato, persisti nel proposito di farlo morire impiccato; fa' che la corda del suo destino sia la nostra gomena di salvezza, perché quella che abbiamo qui ci serve a poco. Se egli non è nato per la forca, il nostro caso è disperato.
(Escono. Rientra il Nostromo)
NOSTROMO: Sghinda l'albero di gabbia! Lesti! Fila, fila; alla cappa con la bassa vela! (Un grido dal di dentro) Accidenti a questi urli!
Fan più frastuono che la tempesta e gli ordini della manovra.
(Rientrano SEBASTIANO, ANTONIO e GONZALO)
Ancora qui. Ma che ci state a fare? Dobbiamo rassegnarci e annegare?
Avete voglia di colare a fondo?
SEBASTIANO: Ti venga un canchero alla gola, urlone, empio e insensibile cane!
NOSTROMO: Manovrate voi allora.
ANTONIO: Va' a farti impiccare, cagnaccio! Va' a farti impiccare, figlio d'una mala femmina, schiamazzatore insolente. Noi abbiamo meno paura di te di annegare.
GONZALO: Garantisco che egli non annegherà, fosse anche la nostra nave meno resistente di un guscio di noce e facesse acqua come una cialtrona incapace di contener l'orina.
NOSTROMO: Stringi il vento, stringi; fa' portare le basse vele; prendi di nuovo il largo; tienti al largo.
(Entrano Marinai tutti bagnati)
MARINAI: Ogni speranza è perduta! Non c'è che pregare; non c'è che pregare! Ogni speranza è perduta.
NOSTROMO: Dunque le nostre labbra saran fredde per sempre?
GONZALO: Il re e il principe pregano! Uniamoci ad essi, perché la nostra sorte è uguale alla loro.
SEBASTIANO: Tutta la mia calma è sparita interamente.
ANTONIO: Degli ubriaconi ci defraudano né più né meno che delle nostre vite. Questo mascalzone dalle larghe mascelle... Vorrei che tu stessi tanto a morire annegato finché non fosse passato su te il flusso di dieci maree!
GONZALO: Eppure egli sarà impiccato, nonostante che ogni goccia d'acqua spalancandosi per inghiottirlo si dichiari contro quel destino.
VOCI (di dentro): Pietà di noi! Andiamo a sfasciarci, andiamo a sfasciarci! Addio, moglie e figliuoli! Addio, fratello! Andiamo a sfasciarci, andiamo a sfasciarci!
ANTONIO: Affondiamo tutti insieme col re.
(Esce)
SEBASTIANO: Andiamo a dirgli addio.
(Esce)
GONZALO: Ora darci mille stadi di mare per un iugero di terreno arido coperto di eriche lunghe e di scure ginestre, di qualsiasi cosa. Sia fatta la volontà di Dio; ma avrei preferito di fare una morte asciutta.
(Esce)
http://www.readme.it/libri/3/3055250.shtml October 02

Vincent Malloy è un bravo bambino
ed ha sette anni, per la sua età ha virtù assai rare ma a Vincent Price vuol somigliare.
Ha un gatto, un cane ed una sorella ma vuole soltanto una vita più bella. In orridi antri, per meglio sognare, con rettili e topi vorrebbe abitare.
Con loro vivrebbe incredibili orrori sentendosi preda di ghiacci sudori, vagare vorrebbe, in tenebra oscura sfidando pericoli senza paura.
Con larghi sorrisi accoglie la zia né mai vorrebbe lasciarla andar via, immagina infatti, con grande piacere, di farne una statua per il museo delle cere.
Sevizia ogni giorno il suo cane Abercrombie sperando di trarne un orribile zombie, col qual poter nella nebbia vagare per fare poi strage di vittime ignare.
Non vuole soltanto incuter paura, adora egualmente lettura e pittura. Pinocchi e fatine non legge però, lui adora soltanto i racconti di Poe.
Una notte, leggendo alla fievole luce fece un sobbalzo a una storia si truce, la giovane moglie che tanto adorava giaceva ancor viva nella sua bara.
Con impeto folle si mise a scavare, quell'orrido dubbio voleva fugare, ma ciò che scavava scoprì che in realtà era solo l'aiola che amava mammà.
In camera chiuso si ritrovò e d'esser recluso si immaginò, il solo conforto in tanto dolore era il ritratto del grande suo amore.
Mentre languiva, angosciato e disfatto la madre arrivò e lo colse sul fatto, disse: "se vuoi puoi andare a giocare fuori c'è il sole, ti devi svagare".
Tentò di parlare ma gli mancò il fiato la triste prigione lo aveva fiaccato, scrisse: "son vittima di una magia, da questa torre non potrò mai andar via".
La madre rispose: "ma che prigioniero, via dalla testa questo sciocco pensiero, non sei Vincent Price, sei Vincent Malloy, dovrai pur comprenderlo no? prima o poi
non sei né pazzo né tormentato, la vita non ti ha ancora neanche sfiorato, sei solo un bambino di sette anni vai a divertirti e abbandona gli affanni!".
La mamma calmata la stanza lasciò e Vincent distrutto al mur si appoggiò, fu allora che tutto si mise a tremare e dalla pazzia si lasciò trasportare.
Udì Abercrombie il suo cane latrare sentì sua moglie dalla tomba chiamare orrende cose la donna chiedeva e con mani scheletriche si protendeva.
L'orrore suo esplose in risata assordante che in breve divenne un urlo agghiacciante, in preda a follia alla porta arrivò ma lì senza vita, al suol si accasciò.
Con flebile voce il ragazzo citò le parole del corvo di Edgar Allan Poe: "L'anima mia da quell'ombra laggiù non si solleverà mai più, mai più....
...mai più!".

Vincent Malloy is seven-years-old, He's always polite and does what he's told, For a boy his age, he's considerate and nice, But he wants to be just like Vincent Price.
He doesn't mind living with his sister dog and cats, Though he'd rather share a home with spiders and bats, There, he could reflect on the horrors he's invented, And wonder dark hallways alone and tormented.
Vincent is nice when his Aunt comes to see him, But imagines dipping her in wax for his wax museum.
He likes to experiment on his dog Abercrombie, In the hopes of creating a horrible zombie, So he and his horrible zombie dog, Could go searching for victims in the London fog.
His thoughts though aren't always of ghoulish crime, He likes to paint and read to pass some of the time, While other kids read books like Go Jane Go, Vincent's favourite author is Edgar Allan Poe.
One night, while reading a gruesome tale, He read a passage that made him turn pale, Such horrible news, he could not survive, For his beautiful wife had been buried alive!
He dug out her grave to make sure she was dead, Unaware that her grave was his mother's flowerbed.
His mother sent Vincent off to his room, He knew he'd been banished to the Tower Of Doom. Where he was sentenced to spend the rest of his life, Alone with the portrait of his beautiful wife.
All alone and insane, incased in his doom, Vincent's mother burst suddenly into the room. She said, "If you want to, you can go out and play" "It's sunny outside, and a beautiful day."
Vincent tried to talk, but he just couldn't speak, The years of isolation had made him quite weak, So he took out some paper, and scrawled with a pen, "I am possessed by this house, and can never leave it again."
His mother said, "You're not possessed, and you're not almost dead!" "These games that you play are all in your head!" "You're not Vincent Price, you're Vincent Malloy!" "You're not tormented and insane, you're just a young boy!"
"You're seven-years-old and you are my son," "I want you to get outside and have some real fun."
Her anger now spent, she walked out through the hall, And while Vincent backed slowly against the wall, The room started to sway, to shiver and creak, His horrid insanity had reached it's peak!
He saw Abercrombie, his zombie slave, And heard his wife call from beyond the grave, She spoke from her coffin, and made ghoulish demands, While through crackly walls, reached skeleton hands.
Every horror in his life, that had crept through his dreams, Swept his mad laughter to terrified screams!
To escape the madness, he reached for the door, But fell limp and lifeless down on the floor.
His voice was soft and very slow, As he quoted The Raven, from Edgar Allan Poe, "And my soul from out that shadow that lies floating on the floor, Shall be lifted--Nevermore!"
August 31
L' ANTICRISTO
Friedrich Nietzsche
"Con la mia condanna del cristianesimo non vorrei avere fatto torto a una religione affine che addirittura giunge a superarlo in quanto a numero di fedeli: il buddhismo. Entrambe, essendo religioni nichilistiche, sono correlate, sono religioni della décadence; ma si differenziano l'una dall'altra in modo sorprendente. Il critico del cristianesimo è profondamente grato ai saggi indiani, giacché ora è possibile comparare queste due religioni. Il buddhismo è cento volte più realista del cristianesimo, ha ereditato un modo freddo e oggettivo di porsi i problemi; nasce dopo un movimento filosofico durato centinaia di anni; appena esso sorge, il concetto di «Dio» è già eliminato. Il buddhismo è l'unica religione veramente positivistica che la storia ci mostri, anche nella sua teoria della conoscenza (un rigoroso fenomenalismo); esso non parla più di «lotta contro il peccato» bensì, e in ciò dando del tutto ragione alla realtà, di «lotta contro il dolore». Si è già lasciato alle spalle, e questo lo distingue profondamente dal cristianesimo, l'autoinganno dei concetti morali; si trova, per esprimere il concetto con parole mie, al di là del bene e del male. I due fatti fisiologici su cui si fonda e sui quali concentra il suo sguardo sono: innanzi tutto un'eccessiva eccitabilità della sensibilità che si esprime con una raffinata capacità di soffrire, e in secondo luogo un eccesso di intellettualismo, una vita spesa troppo a lungo sui concetti e sulle procedure logiche, sotto i quali l'istinto personale ha subito il male a vantaggio dell’«impersonale» (due condizioni che, come me, almeno alcuni dei miei lettori, gli «obiettivi», conosceranno per esperienza). Sulla base di tali condizioni fisiologiche si sviluppa un stato di depressione: contro essa Buddha prende delle misure igieniche. Vi oppone la vita all'aria aperta, la vita in movimento; la moderazione e la scelta dei cibi; la cautela verso tutte le bevande alcooliche, come pure verso tutti i sentimenti che producono bile e riscaldano il sangue; nessuna preoccupazione né per sé né per gli altri. Egli esige pensieri che diano o quiete o allegria, e trova il modo per disabituarsi a quelli di altro tipo. Intende la bontà, l'essere buoni, come vantaggioso alla salute. La preghiera è esclusa, come pure l'ascetismo; nessun imperativo categorico, soprattutto nessuna costrizione, nemmeno nelle comunità monastiche (si è liberi di andarsene) : tutto ciò sarebbe un modo per accrescere quell'eccessiva eccitabilità. Sempre per questa ragione pretende che non si combatta contro coloro che hanno un modo diverso di pensare; il suo insegnamento si oppone più di ogni altra cosa al sentimento di vendetta, di avversione, di ressentiment («l'inimicizia non cessa con l'inimicizia», è questo il commovente ritornello di tutto il buddhismo). E a ragione: queste emozioni sarebbero del tutto dannose rispetto al principale obiettivo dietetico. Combatte la stanchezza spirituale che egli trova e che si esprime con eccessiva «obiettività» (vale a dire con una diminuzione dell'interesse dell'individuo, con una perdita del baricentro, dell'«egoismo»), con un severo ritorno anche agli interessi più spirituali, alla, persona. Nella dottrina di Buddha l'egoismo diviene un dovere: il principio «una sola cosa è necessaria», il «come ti puoi liberare dalla sofferenza» regolano e circoscrivono tutta la dieta spirituale (si rammenti quell'ateniese che in modo analogo muoveva guerra alla «scientificità» pura, si ricordi Socrate, il quale elevò l'egoismo individuale alla dignità di principio morale persino nel regno dei problemi).
"La condizione per il buddhismo è un clima assai dolce, una grande mitezza e liberalità nei costumi, nessun militarismo; assieme al fatto che il movimento ha il suo focolare nelle classi più elevate e colte. Si ambisce alla serenità, alla tranquillità, all'assenza di desideri come meta suprema e si raggiunge tale meta. Il buddhismo non è una religione in cui si aspira semplicemente alla perfezione: la perfezione è la norma. Nel cristianesimo gli istinti di chi è sottomesso e oppresso sono in primo piano: le classi inferiori sono quelle che vi cercano la salvezza. Qui la casistica del peccato, l'autocritica, l'inquisizione della coscienza è praticata come occupazione, come rimedio specifico contro la noia; qui è costantemente tenuto in vita un rapporto affettivo con un potente chiamato «Dio» (con la preghiera) ; il più elevato viene considerato irraggiungibile, un dono, una «grazia». Qui manca anche un luogo che sia pubblico: i luoghi nascosti, le stanze buie sono cristiani. Qui si disprezza il corpo, si ripudia l'igiene come forma di sensualità; la Chiesa si oppone alla pulizia (la prima misura presa dai cristiani dopo la cacciata dei mori fu la chiusura dei bagni pubblici, mentre la sola Cordova ne possedeva 270). È cristiano un certo senso di crudeltà verso sé stessi e verso gli altri, è cristiano l'astio per coloro che la pensano differentemente, è cristiana la volontà persecutoria. Idee tetre ed eccitanti sono in primo piano; gli stati spirituali più desiderati e designati con i nomi più eccelsi sono quelli epilettoidi; la dieta viene scelta in modo da favorire fenomeni morbosi e sovreccitare i nervi. È cristiana l'ostilità mortale contro i dominatori della Terra, contro i «nobili», e nello stesso tempo una competizione più nascosta e segreta (si lascia loro il corpo, si vuole solo l'«anima»). È cristiano l'odio per lo spirito, l'orgoglio, il coraggio, la libertà, il libertinaggio spirituale; è cristiano l'odio per i sensi, per la gioia dei sensi, l'odio per la gioia in generale... "
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LISABETTA E LA TESTA DI BASILICO
Decameron
Erano adunque in Messina tre giovani fratelli e mercatanti, e assai ricchi uomini rimasi dopo la morte del padre loro, il qual fu da San Gimignano, e avevano una lor sorella chiamata Lisabetta, giovane assai bella e costumata, la quale, che che se ne fosse cagione, ancora maritata non aveano.
E avevano oltre a ciò questi tre fratelli in uno lor fondaco un giovinetto pisano chiamato Lorenzo, che tutti i lor fatti guidava e faceva, il quale, essendo assai bello della persona e leggiadro molto, avendolo più volte l'Isabetta guatato, avvenne che egli le 'ncominciò stranamente a piacere. Di che Lorenzo accortosi e una volta e altra, similmente, lasciati suoi altri innamoramenti di fuori, incominciò a porre l'animo a lei; e sì andò la bisogna che, piacendo l'uno all'altro igualmente, non passò gran tempo che, assicuratisi, fecero di quello che più disiderava ciascuno.
E in questo continuando e avendo insieme assai di buon tempo e di piacere, non seppero sì segretamente fare che una notte, andando l'Isabetta là dove Lorenzo dormiva, che il maggior de' fratelli, senza accorgersene ella, non se ne accorgesse. Il quale, per ciò che savio giovane era, quantunque molto noioso gli fosse a ciò sapere, pur mosso da più onesto consiglio, senza far motto o dir cosa alcuna, varie cose fra sé rivolgendo intorno a questo fatto, infino alla mattina seguente trapassò.
Poi, venuto il giorno, a' suoi fratelli ciò che veduto avea la passata notte dell'Isabetta e di Lorenzo raccontò, e con loro insieme, dopo lungo consiglio, diliberò di questa cosa, acciò che né a loro né alla sirocchia alcuna infamia ne seguisse, di passarsene tacitamente e d'infignersi del tutto d'averne alcuna cosa veduta o saputa infino a tanto che tempo venisse nel qua le essi, senza danno o sconcio di loro, questa vergogna, avanti che più andasse innanzi, si potessero torre dal viso.
E in tal disposizion dimorando, così cianciando e ridendo con Lorenzo come usati erano avvenne che, sembianti faccendo d'andare fuori della città a diletto tutti e tre, seco menarono Lorenzo; e pervenuti in un luogo molto solitario e rimoto, veggendosi il destro, Lorenzo, che di ciò niuna guardia prendeva, uccisono e sotterrarono in guisa che niuna persona se ne accorse. E in Messina tornati dieder voce d'averlo per lor bisogne mandato in alcun luogo; il che leggiermente creduto fu, per ciò che spesse volte eran di mandarlo attorno usati.
Non tornando Lorenzo, e l'Isabetta molto spesso e sollicitamente i fratei domandandone, sì come colei a cui la dimora lunga gravava, avvenne un giorno che, domandandone ella molto instantemente, che l'uno de' fratelli le disse:
- Che vuol dir questo? Che hai tu a fare di Lorenzo, ché tu ne domandi così spesso? Se tu ne domanderai più, noi ti faremo quella risposta che ti si conviene.
Per che la giovane dolente e trista, temendo e non sappiendo che, senza più domandarne si stava, e assai volte la notte pietosamente il chiamava e pregava che ne venisse, e alcuna volta con molte lagrime della sua lunga dimora si doleva e, senza punto rallegrarsi, sempre aspettando si stava.
Avvenne una notte che, avendo costei molto pianto Lorenzo che non tornava, ed essendosi alla fine piagnendo addormentata, Lorenzo l'apparve nel sonno, pallido e tutto rabbuffato e con panni tutti stracciati e fracidi indosso, e parvele che egli dicesse:
- O Lisabetta, tu non mi fai altro che chiamare e della mia lunga dimora t'attristi, e me con le tue lagrime fieramente accusi; e per ciò sappi che io non posso più ritornarci, per ciò che l'ultimo dì che tu mi vedesti i tuoi fratelli m'uccisono.
E disegnatole il luogo dove sotterrato l'aveano, le disse che più nol chiamasse né l'aspettasse, e disparve.
La giovane destatasi, e dando fede alla visione, amaramente pianse. Poi la mattina levata, non avendo ardire di dire al cuna cosa a' fratelli, propose di volere andare al mostrato luogo e di vedere se ciò fosse vero che nel sonno l'era paruto. E avuta la licenza d'andare alquanto fuor della terra a diporto, in compagnia d'una che altra volta con loro era stata e tutti i suoi fatti sapeva, quanto più tosto potè là se n'andò; e tolte via foglie secche che nel luogo erano, dove men dura le parve la terra quivi cavò; né ebbe guari cavato, che ella trovò il corpo del suo misero amante in niuna cosa ancora guasto né corrotto; per che manifestamente conobbe essere stata vera la sua visione. Di che più che altra femina dolorosa, conoscendo che quivi non era da piagnere, se avesse potuto volentieri tutto il corpo n'avrebbe portato per dargli più convenevole sepoltura; ma, veggendo che ciò esser non poteva, con un coltello il meglio che potè gli spiccò dallo 'mbusto la testa, e quella in uno asciugatoio inviluppata e la terra sopra l'altro corpo gittata, messala in grembo alla fante, senza essere stata da alcun veduta, quindi si partì e tornossene a casa sua.
Quivi con questa testa nella sua camera rinchiusasi, sopra essa lungamente e amaramente pianse, tanto che tutta con le sue lagrime la lavò, mille baci dandole in ogni parte. Poi prese un grande e un bel testo, di questi nei quali si pianta la persa o il bassilico, e dentro la vi mise fasciata in un bel drappo, e poi messovi su la terra, su vi piantò parecchi piedi di bellissimo bassilico salernetano, e quegli di niuna altra acqua che o rosata o di fior d'aranci o delle sue lagrime non inaffiava giammai; e per usanza avea preso di sedersi sempre a questo testo vicina, e quello con tutto il suo disidero vagheggiare, sì come quello che il suo Lorenzo teneva nascoso; e poi che molto vagheggiato l'avea, sopr'esso andatasene, cominciava a piagnere, e per lungo spazio, tanto che tutto il bassilico bagnava, piagnea.
Il bassilico, sì per lo lungo e continuo studio, sì per la grassezza della terra procedente dalla testa corrotta che dentro v'era, divenne bellissimo e odorifero molto. E servando la giovane questa maniera del continuo, più volte da' suoi vicini fu veduta. Li quali, maravigliandosi i fratelli della sua guasta bellezza e di ciò che gli occhi le parevano della testa fuggiti, il disser loro:
- Noi ci siamo accorti, che ella ogni dì tiene la cotal maniera.
Il che udendo i fratelli e accorgendosene, avendonela alcuna volta ripresa e non giovando, nascosamente da lei fecer portar via questo testo. Il quale, non ritrovandolo ella, con grandissima instanzia molte volte richiese; e non essendole renduto, non cessando il pianto e le lagrime, infermò, né altro che il testo suo nella infermità domandava.
I giovani si maravigliavan forte di questo addimandare e per ciò vollero vedere che dentro vi fosse; e versata la terra, videro il drappo e in quello la testa non ancor sì consumata che essi alla capellatura crespa non conoscessero lei esser quella di Lorenzo. Di che essi si maravigliaron forte e temettero non questa cosa si risapesse; e sotterrata quella, senza altro dire, cautamente di Messina uscitisi e ordinato come di quindi si ritraessono, se n'andarono a Napoli.
La giovane non restando di piagnere e pure il suo testo addimandando, piagnendo si morì; e così il suo disavventurato amore ebbe termine. Ma poi a certo tempo divenuta questa cosa manifesta a molti, fu alcuno che compuose quel la canzone la quale ancora oggi si canta, cioè:
Quale esso fu lo malo cristiano, che mi furò la grasta, ecc.
di Giovanni Boccaccio
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